.
.
.

C O M P A G N I A   D E L L ' E L I C A



LA
COMPAGNIA
DELL'
ELICA
DEBUTTO
STORIA
COMPONENTI
PROGETTI
FUTURI


Perché l’elica
di Gigi Borruso.

Una dichiarazione di poetica e di metodo.


Quando nel 1998, insieme ad Ester e Maria Cucinotti decidiamo di fondare una nuova Compagnia, dopo la lunga esperienza comune di Teatés, pensiamo ad un teatro capace di metter insieme un’immagine antichissima e moderna, in divenire dell’arte. Nasce così la Compagnia dell’elica, il cui nome vuol condensare i due differenti poli della sua ispirazione: l’idea della Compagnia nel suo tradizionale e profondo valore di condivisione d'un percorso artigianale e umano, e l’immagine del movimento, che, come quello d’un’elica, non è mai concluso, ma sempre in esplorazione, capace di coinvolgere sensibilità diverse.

Palermo, il nostro luogo di lavoro stabile, straordinario punto d’osservazione nell’evoluzione sociale e civile del Paese, ci ha fin qui offerto stimolo per un lavoro intenso, rigoroso, inconsolabile.
Qui, dove ogni appassionato slancio sembra non lasciar traccia (ma dove pur si agita sempre un insaziabile desiderio alla trasformazione), dove ogni cosa è sempre da rifondare daccapo, nella cruda verità delle contraddizioni del tempo, nella miseria dell’omertà (non dissimile peraltro da quella imperante altrove), si è forse temprata la nostra passione per un lavoro lontano dalle facili tendenze e dalle mode.

Ho quasi pudore ad affermare che con l’elica vogliamo dedicarci alla ricerca di nuovi linguaggi - cosa dovrebbe fare ogni sincero artista? - ma così si dice. Ma ciò che rifiutiamo è la sterile esercitazione di tanta ricerca: lo stereotipo imperante della de-teatralizzazione, incapace di costruire realmente nuovo senso, l’eccitazione multimediale che somiglia alla scoperta dell’acqua calda, l’attualizzazione gratuita delle forme, la ricercata fragilità del linguaggio che si richiama al sensismo contemporaneo e che prepara nuove tragedie variamente contaminate di presunzioni e manierismi.
La forza dirompente, oppositiva del teatro e dell’arte può forse costruirsi oggi proprio sulla sua inattualità. Sul suo essere straniera al luogo e al tempo della nostra reticente quotidianità. Com’è straniera un’ombra...

Horatio - O day and night, but this is wondrous strange
Hamlet - And therefore as a stranger give it welcome. (1)

...che giunge da lontano, s’accosta a noi, libera dalla corrosione del tempo, e chiede ascolto. Chiede giustizia e annuncia una catastrofe.

La sua immagine diviene una sorta di essenza circolare che si riassume in ogni singolo momento del presente, del passato, del futuro, ma che può sempre, al suo apparire, rompere il cerchio del destino.
Crediamo nell’inattualità diacronica del teatro: che sa immaginare il futuro e accoglie la memoria senza pregiudizi.
L’inattualità come alternativa laica del sentire e del pensare alla società dell’omologazione irresponsabile, dell’eterno presente che il mercato dell’emozione planetaria ha imposto.

Com’è possibile ambire alla complessità e, al contempo, costruire una comunicazione esatta, intensa?
E’ l’interrogativo che ha lasciato Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane.
Nel difendere il valore dell’esattezza per il nuovo millennio, denuncia tutta la sua angoscia per l’approssimazione contemporanea nell’uso della parola e dell’immagine

A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze....Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza di imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente...; ma non si dissolve una sensazione di estraneità e di disagio. (2)

E’ l’interrogativo che, per altri versi, abbiamo ereditato dalla lunga scuola di Michele Perriera.
Da quell’esperienza abbiamo introiettato un’instancabile, inconsolabile vibrazione dell’emozione e dell’intelligenza. La fatica e la gioia dell'attore di farsi vivo e insostituibile tramite dei fantasmi della coscienza, della storia, attraverso una densità di segni che non eludano il cuore delle cose, anche se aperti a infiniti rimandi.
Vogliamo sfuggire dalle definizioni formali, dalle etichette d’appartenenza. Se ci viene chiesto, diciamo che crediamo tanto nell’attualità di ogni interpretazione della tradizione, quanto nell’eternità di ogni gesto lanciato con coraggio nell’ignoto. Cerchiamo l'incontro, l'interazione tra differenti forme e codici, non abdicando comunque alla peculiarità e alla profondità dei segni originari d'ogni arte.

Nel nostro far spettacoli, ci siamo orientati immaginando la creazione di messe in scena aperte, che costituissero via via un repertorio di riferimento del nostro lavoro: suggestionati, anche in questo, da un’idea e da una tradizione antiche del teatro. Un’idea che, come fu già per le avanguardie degli anni 50 e ’60, per l’implicita forma aperta che suppone, si presta sempre a nuove interpretazioni e, al contempo, per la continuità di un rapporto di compagnia su cui necessariamente si fonda, si contrappone allo squallido consumo del teatro ufficiale o dei grandi eventi.
(1) Shakespeare, Hamlet, I, 5 (E' la scena dell'apparizione dello Spettro del padre. Orazio- O giorno e notte ma questo è meravigliosamente strano/ Amleto - E perciò come a straniero dategli il benvenuto).
(2) Italo Calvino, Lezioni Americane, Mondadori, 1993




Compagnia dell' Elica
Via G. Meli 39
Palermo - 091.584456
info@compagniadellelica.it